Partito Comunista italiano è vivo. L’abbiamo ritrovato!

Il video dice molto più di mille parole.

In Italia ormai lo Stato di diritto sembra essere diventato il miraggio di un progetto lontano, di cattivi propositi camuffati da buoni, come un lupo che si traveste da agnello. Nella puntata di AnnoZero tra le varie opinioni scaturite dai commenti ai video degli scontri (assalto) della polizia nei confronti dei lavoratori  della fiat di Pomigliano si è sentito parlare di Pasolini, della sua poesia (famosa) “Il PC ai giovani” in cui il poeta critica il comportamento degli studenti schierandosi dalla parte dei poliziotti. Il contesto sociale e politico da cui è nata la poesia di Pasolini è molto diverso, se non lontanissimo, da quello attuale in cui le violenze della polizia sono perpretate secondo un piano pensato e disegnato a tavolino. La violenza ai cui si abbandonano i cellerini fa parte di una educazione operata dagli strati più elevati della gerarchia militare e salendo di gradino in gradino si arriva nelle stanza del Ministero dell’Interno e allo staff di uomini dello Stato che ci lavorano. Come sarebbe bello se questi sbirricamicenere di oggi si trovassero a fronteggiare le truppe di rivoltosi sessantottini che certamente non erano numericamente sparuti e indifesi come accade oggi, ma ben arrabbiati e armati, rivoltosi da prendere con le molle. Nel ’68 si svolgeva tutto al contrario. A Valle Giulia vi fu un piano organizzato dai manifestanti per accerchiare i poliziotti e chiuderli in una valle, circondarli e attaccarli. Cosa che riuscì: basta ricontare quanti feriti vi furono in quell’occasione tra le forze dell’ordine. Nello stato attuale non c’è più quella rabbia, lo stato di guerra, di assedio per certi versi, di violenza reale sembra essere sparita dalle intenzioni dei manifestanti, ma nelle forze dell’ordine sembra, contrariamente a come dovrebbe essere, che quella violenza repressiva sia aumentata. Lo sbirro si è tramutato da figlio del povero a semplice strumento, da uomo a manganello. Nelle cariche della polizia c’è soltanto la barbara pretesa di incutere terrore e dolore fisico, oltre che psicologico (i fatti del G8 lo testimoniano) nessuna vocazione o presunzione di ristabilire l’ordine pubblico. Nel caso dei manifestanti di Pomigliano avrebbero dovuto togliersi i caschi, gettare i manganelli e schierarsi dalla parte dei disoccupati, visto che tra un pò anche tra di loro ci saranno poveri morti di fame senza lavoro. Magari quando minifesteranno riavranno con gli interessi quanto loro tempo addietro avevano causato a inermi cittadini.

A tutti gli operai, i lavoratori precari, coloro che ogni giorno fanno i conti con l’incertezza, l’alienazione, lo sconforto, i mille problemi che condizioni pressanti comportano, di risvegliarsi, riprendere coscienza del proprio passato e del proprio futuro. La perdita di identità politica e culturale rende difficile, se non impossibile, comprendere a pieno la vita attuale che scorre dinanzi agli occhi e per questo bisogna ritrovarsi e rifondare il fronte comune di valori e idee, riaffratellarsi dietro il principio di giustizia sociale, imparare o affermarmare la pretesa di protendere verso una prassi lavorativa e non più semplicemente di lavoro. Bisogna che tutti gli operai in primis credano o rivendichino il possesso dei mezzi di produzione, la proprietà delle fabbriche, poichè ciò che producono non finisce nelle dispense del padrone capitalista ma viene venduto in società, a loro stessi che devono indebitarsi per potervi accedere. Il capitalismo ha fallito, è sotto gli occhi di tutti, quel sistema di creare ricchezza sociale, oramai è noto, crea semplicemente ricchezza privata e debito. Si spera che gli operai di Pomigliano abbiano sentito sulla propria pelle, oltre ai manganelli, la violenza dello Stato italiano, di quegli uomini di destra di cui hanno invidiato lo status, lo stile di vita, l’accumulazione, la finta ricchezza illusi di potervi un giorno accedere magari facendo il sei al superenalotto o scovandovi l’accesso dietro il grigio dei grattini. Sappiate che c’è un partito che si è ritrovato. Quando si sarà ripreso dal torpore in cui mani sporche ed irresponsabili l’hanno rigettato sbaraglierà burattini e finti compagni. Chi vi è morto per quest’idea, chi ha sofferto, studiato, patito, certamente non avrebbe mai immaginato nè voluto che finisse così.

Il Partito Comunista italiano non è mai morto, nè scomparso, nè scisso, l’hanno pretenziosamente nascosto, ma l’abbiamo ritrovato.

Viva La Rivoluzione!

~ di lucio su 2 marzo 2009.

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